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Date(s) - 21/02/2026
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  1. Il Convegno verterà su aspetti e osservazioni irrinunciabili  sul cosiddetto deficit di attenzione (ADHD). Tale disturbo  non sempre è chiaramente definito perché molto facilmente si viene deviati  dalla etichetta diagnostica. Pertanto si evidenzieranno  i trend alla “moda”che stanno fuorviando la clinica e la ricerca. Verranno proposti dei  punti di vista  più condivisibili attraverso modelli neuroscientifici, aspetti logico metodologici e osservazioni guidate.  Seguiranno indicazioni di proficui interventi ottenuti con particolari  trattamenti, utilizzando approcci diversi che discendono però rigorosamente dai modelli neuroscientifici. Verrà spiegato come avvenga che È un trend collettivo dei clinici e  degli sperimentatori non si chiedano come viene formulata la diagnosi, il potere dimostrativo di tale diagnosi e le possibili differenze che coesistono sotto quello che viene definito, con un termine ad “ombrello”, ADHD.  Tutto ciò può incidere notevolmente sugli esiti dei trattamenti che, dovendo essere il più possibile mirati sul soggetto, rischiano di attestarsi su un soggetto ideale descritto dai manuali (che non sarà quello che incontriamo nel quotidiano) . Non si valuta, ad esempio, che i disturbi di attenzione non ADHD sono più numerosi dell’ ADHD  stesso  che rappresenta un particolare profilo minoritario anche se nell’immaginario collettivo sembra invece l’unico insieme caratterizzante le debolezze attentive. Come uscire da questo “empasse”  che distorce anche i possibili effetti della ricerca  visti i numerosissimi lavori che si basano semplicemente sull’etichetta diagnostica ?  Per cominciare una operazione di analisi e di destrutturazione dello stereotipo fuorviante è bene porsi alcune domande che sono quelle che parte dell’entourage clinico e di ricerca si pone da diversi anni. 1) Qual è il modo migliore per definire l’ADHD? 2)  Quali sono i determinanti biologici, genetici, ambientali, sociali? 3) Come si intersecano gli aspetti cognitivi, neuropsicologici e comportamentali? 4) Come incide sulla qualità della vita delle persone? 5) Perché nell’immaginario collettivo  sembra essere l’unica forma di disagio attentivo anche se in realtà non è che uno dei numerosi  sottotipi dei disturbi dell’attenzione e della memoria di lavoro ? 6) Perché si tende a reificare una etichetta che nasce da processi prettamente osservativi e soggettivi ? 7) Quali sono i trattamenti appropriati?Tutte queste domande, alle quali si cercheranno di fornire delle risposte durante il convegno, discendono dalla importante eterogeneità che caratterizza l’ADHD, con diversi livelli di compromissione, profili particolari di disattenzione, impulsività e iperattività e aspetti dimensionali distribuiti su un continuum che evidenzia una condizione di spettro solo in parte riconosciuta dai differenti sottotipi classificati nell’ICD o nel DSM.In altri termini, possiamo affermare che l’ADHD non si presenta come entità omogenea con una fisiopatologia comune che distingue chiaramente le persone con ADHD dal resto della popolazione, ma con ampie differenze qualitative e quantitative, di dimensione e di grado.Non a caso emergono prospettive cliniche e di ricerca, come RDoC e CD-05, che spostano il focus dalle categorie diagnostiche tradizionali a una più ampia concettualizzazione della psicopatologia, più attenta agli aspetti dimensionali e intesa a definire i processi biologici, cognitivi e comportamentali del funzionamento mentale sottostante.

    Concludiamo sottolineando ADHD è una condizione molto eterogenea, con una elevata presenza di comorbidità, con diverse traiettorie evolutive e differente risposta ai trattamenti. Il motto che ci guida anche in questo caso sarà “Trattare la persona e non l’ADHD”

 

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